L’INIZIO DI TUTTO HA UNA FINE

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Le transenne già sbarravano l’ingresso al parcheggio del Memorial Stadium.

Tutt’attorno dei nastri adesivi recanti la scritta, “Non oltrepassare”, delimitavano la zona.

«È quella l’auto». Disse Chad.

Con passo lento e fumando la prima Pall Mall della giornata, Dave si avviò dentro il confine segnato, scrutando l’orizzonte e poi l’asfalto. Sembrava tutto normale e nel parcheggio c’erano le poche macchine rimaste lì durante la notte. Si avvicinò a quella segnatagli dal collega mentre sospinti dal vento giunsero alcuni scontrini, una pagina dell’ormai vecchio Seattle News dell’otto Aprile e un opuscolo religioso semi bruciato.

Si trattava di una Mustang nera prima serie del ’63 con i finestrini sporchi di un rosso vivo, acceso. Un’auto fuori moda di quelle che solo giovani ribelli o dimenticate rock star oserebbero ancora guidare per sentire l’ebrezza dei potenti cavalli. Nessun altro segno particolare emergeva all’esterno dell’abitacolo e così, senza esitazioni, Dave aprì la portiera del passeggero per trovarsi di fronte lo scenario che in parte aveva già immaginato; solo però meno puzzolente. D’altronde visioni del genere appartenevano agli obblighi del suo mestiere, come l’abitudine a non provare nulla per ciò che vedeva.

La testa penzolava in parte sul sedile e in parte sulla portiera ed era impossibile darne un’identificazione. Probabilmente si trattava di un uomo, anzi, di un ragazzo tra i venti e i venticinque anni, carnagione bianca, capelli castani e nient’altro. Prese i guanti ed esaminò il posacenere.

-Pall Mall anche lui- pensò e raccolse alcuni mozziconi in un sacchetto cercando di non sporcarsi. Poi, visionando il resto, notò una lettera posata sul cruscotto.

“Soffiava il vento e la quercia

danzava seguendo le foglie:

era la tenera età in fiore che

mi accudiva alla luce del sole.

Petali d’orchidea profumavano

il tempo e il trascorrere dello stesso

rendeva invisibile la luna.

Le mie ghiandole producevano

polvere di stelle e mai vidi la notte:

ero immortale.

Poi caddero una, due, cento

gocce a riempirmi le lacrime.

Appassito lo sguardo,

appassito il sereno,

camminavo in un cimitero

e vidi che i fiori non avevano

più lo stesso sapore.

Divenni cenere prima di consumarmi

e la quercia seguiva le foglie mutare.

Accogli me natura

e riempi le mie spoglie

di nuova linfa affinché la mia stella possa brillare in eterno”

In lontananza un gallo cantò per la terza volta.

Dave tossì fortemente. L’aria stava cambiando. Strinse in mano la lettera e si inclinò verso il bauletto del cruscotto in cerca di documenti utili. Lo aprì. Il sole non era ancora alto e il cassetto era totalmente vuoto. Mancavano sia il libretto di circolazione sia il contrassegno dell’assicurazione.

«Hai cancellato ogni traccia di riconoscimento». Disse rivolto al cadavere.

Un rivolo di sangue scendeva lungo il braccio fino all’indice della mano e continuava il suo tragitto a gocce sempre più piccole sui jeans sporcando in parte le scarpe. Parabrezza e finestrino erano una gettata di vernice rossa mentre il volante aveva stranamente mantenuto il suo colore originale, tranne per una piccola porzione di quello che poteva rimanere di un occhio. La testa era completamente squarciata, esplosa. Materia organica sbrodolava sui sedili posteriori unita a macabri denti sparsi ovunque. Sul busto era posto un Remington calibro 20. Un’osservazione più accurata era difficile da fare in quelle condizioni perché non poteva toccare il corpo né spostarlo.

Scese così dall’auto e si accese una seconda sigaretta. Doveva attendere la scientifica che proprio in quel momento vide arrivare laggiù, in fondo al parcheggio.

2

L’anima si innalzava nel chiarore del cielo prima dell’alba.

Il corpo era immobile, fermo, privo di vita. Il rimanente di mezza testa penzolava sulla portiera sinistra e del sangue sgorgava sul finestrino. Le cervella si erano sparse un po’ di qua e un po’ di là all’interno dell’auto; piccoli pezzettini di ricordi si adagiavano uno all’altro in quell’orrido scenario mortuario. Eventi precisi, eventi sfuocati, erano ancora riconoscibili e vivi in attesa di svanire per sempre. La Pall Mall fumava ancora nel piccolo posacenere dell’auto; il puzzo delle viscere attaccava e sprofondava fra i sedili.

Il colpo era stato sparato da sotto il mento, da una distanza minima ma tanto grande da farti sparire. Un gesto veloce, apparentemente involontario, come la pressione dell’indice sul grilletto e boom: il cervello si stampò tutt’attorno simile ad un quadro di Pollock e la morte divenne per lui il capolavoro che noi tutti vorremo riprodurre. Un’opera perfetta a forma di proiettile; un disegno che si insinuò sferico passando dritto come i binari di un treno lungo il mento, i denti, la lingua, per proseguire poi attraversò la cavità orale, il naso, la fronte, andando infine a colpire i pensieri che si spensero con un OFF.

Il fucile, il pesante fucile, rimase stretto fra le gambe in posizione verticale con la testa ultima casella mancante di quel rebus che era la sua vita. Qualche istante forse di ripensamento; poi il suo ultimo lancio di sigaretta, lasciata così, senza finirla, accesa nel posacenere senza alcun rimorso per lei, per la sua fine bruciata, mentre dal mangiacassette una voce urlante ripeteva in continuazione: “Hello hello hello how low?” fino a stamparsi nella coscienza come il nuovo inno dell’ennesima generazione di giovani falliti.

Era notte fonda; le 3 e qualcosa all’incirca segnò quell’orologio del cruscotto sempre indietro. Il parcheggio era vuoto di persone e semi vuoto di auto sparse. Era giunto lì facendo molta attenzione. Per le strade buie, lungo le vie illuminate dai lampioni gialli, la sua macchina sfrecciava calma. Pochi incontri, per lo più casuali tra automobilisti sonnambuli e sgualdrine a lavoro. I barlumi delle luci si dipingevano come nuvole veloci sulla sagoma metallica; la luna appariva e spariva dietro i grattacieli. Il finestrino abbassato; quel tanto di aria necessaria a far sventolare i capelli. La temperatura non era rigida; le giornate iniziavano a lasciare sprazzi di serenità riflessa sul lago Washington. Era salito nel mezzo, giubbotto scuro addosso, i soliti jeans chiari mai lavati, la sacca col calibro 20 e la cassetta dei Nirvana nella radio. Una ventina di minuti lo separavano dal suo appartamento al luogo prescelto: il parcheggio del Memorial Stadium. Un posto ideale: grande, ampio e sopratutto deserto nelle ore tarde.

Ore 2; così di sfuggita osservava l’orologio della sua camera. La tapparella era abbassata. Un lieve fiocco di luce penetrava soffiato da una candela. Le ombre dei suoi movimenti si imprimevano sulle pareti buie come presenze oscure. Il silenzio era perfetto, simile a quello all’interno di una tomba e, nell’atmosfera di solitudine ricreata, immaginò il suo futuro nell’aldilà.

Un paradiso vuoto, freddo, dove angeli dalla pelle cavernicola cantano con voci stridule canzoni di pietà. La speranza che si fa menzogna, il cuore che si fa cemento, l’amore che si fa materialismo. Sono queste le leggi a cui si sente condannato; eppure, in tutto questo, il senso di fiducia non gli manca: l’arma da fuoco presto sarà il suo Luther King pronto a liberarlo da quella schiavitù di pensieri, di cose destinate solo a terminare e che in quel momento lo opprimevano costantemente.

Ma questo era ciò che egli sentiva; tutto questo era quanto lo animava e lo teneva sveglio; e prima, prima di altri incubi, il tempo per un’altra sigaretta.

“La vita è un infinito viaggio nel lato oscuro e nella psiche della nostra illimitata portata intellettuale. Le condizioni che ci limitano, ci costringono a vedere nella nostra buia interiorità; per cui, affrontate gli eventi, essi sapranno ricondurvi nel lato positivo, a cui, io non rigetto nulla, tranne la casualità di rendermi me stesso completo.”

Le frasi si unirono a versi e a canzoni canticchiate. Prese la penna per lasciare la sua firma, la firma alla sua vita di merda. Aprì il quaderno a fianco di una lettera bianca. Erano all’incirca le ventitré e ritornando da un fast food gli era venuta l’idea di scrivere. Ci era andato con la sua Mustang e prima di entrare in casa, aveva dato l’ennesima occhiata al titolo dell’edizione serale del Seattle News per dare una conferma a quanto aveva sentito.

Gli era salita la fame. Era già buio e non trovava l’orologio. Aveva perso coscienza per molto tempo. Appoggiò la testa sul pavimento. Non parlava più da qualche minuto, ora, giorno, non riusciva a capire. I movimenti erano lenti, calmi, le ossa sparivano dall’interno del corpo. La botta che saliva in testa lo liberava, lo contaminava, lo ammalava, lo alleggeriva e nient’altro; non esisteva altro che la botta. Era un crescendo d’insensibilità. Le emozioni venivano a mancare. Il vuoto le sostituì e divenne aria. Cadde come pioggia fredda; si espanse al suolo come un fiume in piena trascinando tutto quello che gli apparve davanti e nulla poté fermarlo. Scavalcò ogni difficoltà solo per la voglia che aveva dentro di scavalcarle finché la sostanza gli quietò l’anima e ritornò ad essere una particella innocua. Qualche momento per aspettare l’effetto. Estrasse l’ago, un goccia si levava dall’esile vena. Il laccio si strinse attorno al pallido braccio. Il cuore iniziava a battere: era tutto pronto. L’ultimo viaggio; aveva finalmente capito come smettere per sempre con quella merda così buona e così schifosa allo stesso modo. Faceva quasi tenerezza, bianca, pulita, nella bustina piccolina ma capace di essere penalmente il suo inferno costante da mattina a sera, tranne per i pochi istanti in cui gli circolava fra i circuiti del cervello; perché poi marciva, si avvelenava, le diceva ancora. Essere tesi e agitati non serviva a nulla. Non resisteva più a quella sensazione. Prese una decisione: doveva farsi. Il corpo iniziava a tremare: era il bisogno di fare sesso; sesso tossico. La penetrazione dopotutto è un atto importante per ogni rapporto. Lui e lei, soli.

Si aggirava per casa in preda quasi al panico col fiato a scatti dopo essere rimasto per molto tempo seduto sul divano, fermo, in attesa. Avvertii la fine sulle sue spalle; non poteva crederci. Anche l’ultima speranza se n’era andata. Era rimasto solo; ed ora? Fissava il nulla lasciato dalla televisione spenta. La freddezza del suo sguardo cristallizzava le lacrime nelle sue pupille.

Aveva appena assistito in diretta, sullo schermo, a qualcosa che non doveva succedere. La confusione era ancora molta ma la notizia sembrava essere confermata dalle poche parole del detective puntualmente intervistato dai giornalisti accorsi sul luogo.

«Sì, è lui…»

Rispose a volto basso.

«È Kurt Cobain…»

3

Driiiin!!

Driiiin!!

Driiiin!!

«Pr-onto…»

«Dave, presto devi venire al civico 171 di Boulevard Lake Washington, immediatamente!»

«Che succede?Chad? Chad che succede?»

La cornetta riattaccò.

Il gallo già cantava l’inizio di una nuova giornata. Dave si cambiò con i vestiti della sera prima; puzzavano di sigaretta, alcool, e forse donna. Salì assonnato in auto e mise la sirena blu sopra il tettuccio della sua utilitaria, non tanto per arrivare prima, ma affinché gli altri automobilisti potessero evitarlo se si fosse distratto. Anche questo faceva parte del suo lavoro: farsi svegliare nel pieno del sonno, senza fare colazione, senza essersi fatto una doccia. E gli extra fuori dal proprio turno non comportavano un compenso retributivo maggioritario, anzi, significavano solo l’addossamento di carichi lavorativi aggiuntivi uniti a tutti i problemi che ne conseguivano. Ma nel campo era uno dei migliori: molta esperienza, pazienza e intuizione gli avevano conferito la nomina di detective senza però potersi permettere un’auto un po’ più decente.

Accese la radio, era ancora troppo presto per il notiziario. Lo speaker non faceva altro che pompare questa nuova ondata di musica Grunge, che tanto nuova ormai non lo era, e nemmeno tanto più originale: tutto si era ridotto alla lotta per il nuovo single che avrebbe scalato le classifiche per la gioia delle major, le quali avevano reso avidi e corrotti quel gruppo di ex amici che avevano conquistato il mondo. Tuttavia interruppe subito l’ascolto; quel sound non faceva altro che aumentargli il leggero mal di testa che aveva creato quel risveglio improvviso.

Cercò una sigaretta; rovistò fra le tasche della giacca e dei pantaloni, ma niente. Nel posacenere era rimasto mezzo mozzicone di Pall Mall; non se ne diede molta importanza e lo accese. Il tabacco era secco e vecchio; del fumo acre entrò nei suoi polmoni.

La città ancora dormiva e il sole con calma iniziava il suo cammino verso l’alto. I mezzi che incontrava per strada erano per lo più camion carichi di merce o solitari clienti dipendenti al sesso.

Boulevard Lake Washington. Non conosceva benissimo la zona ma sapeva che si trattava di un posto caratterizzato da molte ville affacciate al lago; probabilmente si trattava di qualcuno di grosso, o qualcosa di grosso, visto l’urgenza della chiamata. Da una parte il lago, dall’altra il Mount Baker Park, in mezzo lui, tra il chiaro-scuro che filtrava fra la boscaglia con i suoi pensieri che si facevano più delineati, concentrati.

In una ventina di minuti arrivò al luogo dopo una sosta ad un distributore automatico di sigarette. L’area era collinare; fitte file di pini e abeti costituivano la corografia sulla quale si nascondevano le case di quei milionari. Accostò l’auto prima del mucchio di curiosi e di giornalisti che si erano stipati dietro le transenne e scese.

«Cos’è successo? Cos’è successo?» Chiedevano tutti in coro.

Si avviò lungo una stradina d’accesso non asfaltata con passo fermo, controllato, chiuso nel suo impermeabile. I capelli svolazzavano a causa di quella timida aria fredda che condizionava ancora la temperatura della stagione. Alcune vecchie pagine del Seattle News, datate sette Aprile, rotolavano a terra insieme ad alcune foglie. Mostrò il distintivo ad un poliziotto posto dietro il nastro adesivo ed entrò nel giardino della casa. C’erano alcuni agenti, qua e là, che non conosceva nel grande parco. Non sapeva nulla dell’accaduto; chi fosse la persona o le persone coinvolte. La situazione appariva tranquilla, forse fin troppo; vigeva una sorta di incredulità nei volti di quei poliziotti di sorveglianza che non avevano accesso alle indagini.

L’abitazione era una grande villa a due piani con muri spessi in mattoni grigi. Un aspetto che di per sé suscitava mistero; quella tetra fortezza era tutta avvolta dal verde di un prato tagliato perfettamente all’inglese senza alcun ciuffo fuori posto.

Giunse all’ingresso, attraversò il grosso portone in castagno e fece qualche passo verso destra nel soggiorno dove su un mobile vide una statuina del Buddha. Qui un collega lo fermò prima che potesse fiutare qualcosa nell’aria.

«Detective non è qui, deve andare dietro l’abitazione, nel capanno…»

Chi non è qui? Avrebbe voluto rispondergli.

Uscì e proseguì lungo le tristi pareti che si scontravano con quel sole, e poi lo vide poco distante; difficile da notare, là, il piccolo capanno: ecco dov’erano gli altri agenti.

«Buongiorno…»

«Ah, buongiorno Dave, entra pure…»

La porta finestra bianca era chiusa. I vetri riprendevano il suo volto incupito e curioso.

Tirò verso di sé la maniglia in ottone.

«Gesù Cristo…»

Furono le uniche parole che riuscì a dire.

Della testa poco rimaneva. Gran parte dei pezzi era sparsi sulle pareti del casotto. Una grande macchia di sangue si estendeva sotto il capo fin lungo le braccia mentre altri infiniti piccoli schizzi si estendevano a raggiera dal pavimento al soffitto. Si capiva che il colpo era stato dato da seduto. Il fucile a pompa, un calibro 20 Remington, era appoggiato sulla camicia a quadri e, in parte nascosta dallo stesso, una lettera macchiata di rosso.

La prese, guanti alla mano, e la lesse.

Era uno sconsolato addio alla propria arte, alle proprie emozioni da troppo tempo smarrite con un ringraziamento a chi lo aveva da sempre sostenuto e con alla fine un saluto ai propri cari.

La presentazione tra i due era finalmente avvenuta.

Stava quasi per coinvolgersi emotivamente nonostante il suo ruolo neutrale in queste faccende. A fianco dell’uomo c’era inoltre una scatoletta rossa, aperta. All’interno una serie di siringhe e una bustina. In tante scene del crimine questa appariva la più organizzata. Un suicidio tanto violento quanto premeditato. La lettera d’addio, l’eroina, e pure la carta d’identità posta a terra, formavano un bel quadretto di indizi che non dovevano lasciare dubbi su quanto accaduto.

Uscì dal capanno e si tolse i guanti in lattice ancora puliti. Non aveva toccato nulla lì dentro che potesse incuriosirlo e se ne andò. Non c’era altro da constatare: si dovevano solo attendere gli esiti dell’autopsia per stabilire l’orario del decesso.

Attraversò il giardino esterno della casa verso il cancello d’entrata e cercò di accendersi una sigaretta, ma a quel punto la massa di giornalisti lo fermò per chiedergli una conferma.

«Sì, è lui…»

Rispose a volto basso.

«È Kurt Cobain…»

«È stato un suicidio?» Chiese qualcuno.

«Sì, di quelli che non lasciano dubbi ai creduloni…»

«E ci dica: ci sono altri particolari da segnalare, detective?»

Una foglia cadde ai piedi di Dave.

«Non è ancora primavera…» Rispose stringendo le sigarette.

«Non è ancora primavera…»

Simon Trumpet

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Il piatto di San Valentino

Nel giorno in cui tutto è un luccichio di sentimenti,

questa bistecca sul piatto ha il gusto di cuore

e le patate scricchiolano tra i miei denti

come dei baci sul mio mento.

 

Ah, se lo ricordo, sì, il tuo alito.

 

Di frecce Cupido non ne ha più per me.

M’accontento di bistecche e patate.

Basterebbe solo questo a render l’uomo felice,

saremo solo cacciatori di iraconde bestie.

Ma ci vuole ben altro per soddisfare la fame.

Non basta no, un bel piatto pieno.

Ne passa anche l’appetito.

Lo dice anche il medico: niente cibi grassi.

Perché è così che va a finire a riempirsi il

piatto soli: si diventa obesi.

 

Ah, se lo lo ricordo, sì, il tuo alito.

 

Ci mettevi pure l’aglio sulle patate.

Ora m’accontento di sale e pepe.

Non ho altro da baciare, se non le posate

che poi andranno lavate.

Forse Cupido è vegetariano, per questo

colpisce il cuore altrui e non il mio.

Stupidi dei dell’aldilà!

Non si saziano nemmeno se offri loro

banchetti degni da stella Michelin.

Ma questo è l’ennesimo giorno buio,

senza sole e luna.

Non oso più vedere al di là del piatto.

Per cui stasera sto a digiuno, lo giuro.

Niente cuori da masticare e patate da baciare.

Solo io a cuore aperto:

chissà che Cupido mi centri nel petto!

 

Ah, se lo ricordo, sì, il tuo alito.

È per questo che ci siamo lasciati.

S. Trumpet

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Caro Leo, vuoi dire che il tuo film da 135 milioni di dollari è a impatto zero?

 

Leonardo DiCaprio

Leonardo DiCaprio accepts the award for best actor in a leading role for “The Revenant” at the Oscars on Sunday, Feb. 28, 2016, at the Dolby Theatre in Los Angeles. (Photo by Chris Pizzello/Invision/AP)

Ebbene, oggi mi sono alzato, e il grande telegiornale informatico di Fb mi spara a tutto spiano un Leonardo di Caprio che pronuncia frasi ad effetto a favore dell’ambiente. Tutti i social-patici del globo in questi momenti stanno spalmando le frasi di Leo a sostegno della natura. Dell’uomo, che una volta riuscito a vincere l’ambito Oscar, invece di ringraziare qualcuno o auto elogiarsi, parla di argomenti importanti rivolgendosi a milioni di persone intente a seguire la premiazione sui televisori. Già gli ecologisti lo stanno elogiando a mito, a Dalai Lama ambientalista. I giornali poi, lo stanno dipingendo di verde invece che di oro. Parole del genere non si erano mai udite ad un Oscar, ed è qui, che mi sorgono spiccati dubbi su quanto le parole, alla fine, rimangono solo parole. Sono rimasto un po’ schioccato anch’io nell’udire tali frasi, lo dico con sincerità e stupore, ma poi, ho visto il simbolo del dollaro e ho pensato: “Ma un film che costa 135 milioni di dollari, che impatto ha sull’ambiente?” Quanti sprechi e consumi ci sono nel realizzare tali enormi produzioni?

Si sa che tutto ha un costo sull’ambiente. Anche se volessimo realizzare un documentario benefit sull’ambiente inequivocabilmente danneggeremo l’ambiente più di quanto lo si voglia salvare. I film, quindi, sono a impatto zero? Le grandi produzioni salvaguardano l’ambiente?  Per non parlare poi delle milioni di persone che prendono la loro auto per andare a vedere questi film. The Revenant ha incassato 400 milioni di dollari. Se dovessi dividere l’incasso per il costo di un biglietto da 10 dollari, fanno 40 milioni di spettatori. Immaginate come se l’intera Spagna si fosse mossa in auto per andare al cinema consumando tapas e cerveza. Tutto ciò non ha impatto? E la pubblicità? Parliamo della pubblicità dei lanci dei film? Tra gli altri film in cui Leo recita vorrei ricordare: Titanic (spesi 200 milioni, guadagni 1 miliardo e 850 milioni), The Aviator (costo 110 milioni, 213 milioni di incassi), The Departed (costi 90 milioni, incassi 290 milioni), Inception (costi 160 milioni, ricavi 825 milioni). Siamo sicuri che Leo non abbia mai danneggiato minimamente l’ambiente?

Spesso si parla di fabbriche, industrie e automobili come fattori d’inquinamento, ma tutto ciò che per noi è solo fonte di divertimento, svago e passione, siamo sicuri sia ecologicamente sostenibile? Certo, preferisco un Leo che lancia dei messaggi alla classe politica, piuttosto che un Leo subdolo ai disastri del mondo, ma se il primo passo non lo facciamo mai noi, cosa volete che cambi? E’ un po’ come se un malato di cancro ti dicesse di smettere di fumare mentre lui continua ad accendersi sigarette. Se si vuole effettivamente fermare un cancro, dovremmo tutti stopparlo, non solo ricordare agli altri quanto esso possa essere dannoso.

Per cui bravo Leo per l’Oscar, ma la prossima volta dimostraci come i film che realizzi non danneggino l’ambiente, perché ho come l’impressione che il divertimento e lo svago vengano confusi come necessari per qualsiasi cosa, anche per contribuire alla distruzione ambientale.

E infine, due parole per il resto. Sì molto commoventi le frasi di Lady Gaga, sugli stupri nei campus universitari, d’altronde a Vicenza i soldati americani fanno lo stesso con le puttane o le ragazzine in discoteca. Un male comune, specchio della società Americana che vorrebbe essere d’esempio, ma io non ci casco, no. Perché il volto dell’America e proprio quello di capace di mostrarti l’orrore in pubblico (stupri e problemi ambientali) per poi commettere “l’errore” (o forse parlerei di segno distintivo di un popolo) di non dare nomination ad attori di colore, tanto che l’unico nero (Chris Rock) è il presentatore, a cui viene data la scena proprio per non renderla la serata della razza bianca. Ma non importa, viva la morale, viva la distanza di queste infinite parole e la realtà.

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Star Wars 7 – Un risveglio pieno di sforzi

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Stamane mi sono svegliato male, malissimo. Uno sforzo mi ha colpito lo stomaco. In un primo momento pensavo fossero le uova mangiate ieri sera, poi mi sono accorto di avere una spada laser conficcata ad altezza ombelico. La paura iniziale è stata tanta, poi mi sono ricordato di essere andato a vedere Star Wars. Con una grassa risata e lo sguardo ho estratto la spada laser, poi sono andato in bagno a fare uno sforzo lungo 10 cm spremendo bene le meningi. Lo stronzo era scuro, quanto la forza, e molliccio. A guardarlo bene pareva formare la parola Disney. E in effetti questo nuovo episodio della saga è una cagata pazzesca. Gli sforzi di ieri mi hanno fatto riflettere a dare dei voti per capire chi è cosa si è salvato dal non cadere nella merda.

CHEWBACCA – Voto 10. L’unico che dopo 30 anni si risveglia nel tirare fuori i coglioni. Non ha bisogno di tanti sforzi per colpire con un colpo di balestra Kylo Ren, ma d’altronde ce la potreste fare anche voi con 10 minuti di rosario al giorno. Recita la sua miglior parte di sempre. Da Oscar.

REY – Voto 8. Brava, bella, atletica, ottima parte, ma da dove cazzo esci? Si ritrova inaspettatamente con poteri da Jedi, non vorrei che fosse anch’essa figlia di qualche incesto. Beautiful insegna.

FINN – Voto 5. Uno stormtrooper  che si converte al bene per un po’ di sangue sulla maschera. Se quel sangue si fosse asciugato l’avrebbero fatto Santo a Napoli. Gli danno pure la spada laser e non sa nemmeno guidare l’X Wing. Alquanto banale.

HAN SOLO. Voto 4. La scena in cui corre è stata girata al rallentatore per farla sembrare più veloce. Certi miti era meglio non risvegliarli. Muore senza combattere, d’altronde non avrebbe avuto nemmeno le forze per reggere la pistola. A mai più.

LEILA- Voto 2. Il tempo passa per tutti. Forse se avesse fatto dei biscotti sarebbe risultata più simpatica. Notata solo per il cambio look, e bloccata più dalle sue vicende personali di chi la interpreta, l’incontro con SOLO ha un retrogusto da “C’é posta per te.” Alienata.

C3PO /R2D2 – Voto 1,5. Anche loro inseriti più per tenerezza che per altro, vengono rilegati a ruoli inutili e scontati. Rottamati.

LUKE SKYWALKER – Voto 1. A completare la sagra della nostalgia ci pensa lui, dove nella scena finale l’unica cosa che riesce a muovere è la mano, bionica.

KYLO REN-Voto 0. Ah, e lui sarebbe figlio di SOLO? Dal padre eredita solo il cognome. Un cattivo così brutto (fisicamente) e sfigato non si era mai visto. Certo, l’eredità di Darth è un difficile macigno da trasportare, ma in confronto Giucas Casella è penetrato in più menti indovinando anche qualche numero al lotto. Bimbominchia.

LEADER SUPREMO – Senza Voto. Finalmente a Smigol hanno dato un nuovo ruolo cinematografico. Impossessatosi dell’anello non sa guidare l’impero nell’impresa di schiacciare 4 nemici della resistenza. Ah scusate, devo aver sbagliato film. Confuso.

J.J. Abrams. – LOST.

DISNEY – Inclassificabile. Rendono una saga una commedia per bambini e persone della terza età. Nei prossimi episodi potrebbero inserire TOPOLINO alla guida dei cattivi, almeno potremmo dire di aver visto qualche novità. Non ci sono effetti speciali, il film è la copia di Star Wars 4, la morte nera dopo 30 anni non funziona più. La magia del cinema sviene se si ripropongono miti solo per il Dio denaro. Pensateci bene la prossima volta, i fan ve la faranno pagare. ILLUSORI.

 

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Eppure il TERRORE l’hanno inventato i francesi…

Siria, due anni di conflitto

FILE – Bullet holes are seen in a window in Tripoli, Lebanon, Saturday, Feb. 11, 2012. Clashes between pro- and anti-Syria gunmen in the northern Lebanese city of Tripoli left two people dead and 12 wounded in the latest skirmish between Lebanese factions over the crisis in neighboring Syria. (AP Photo/Bilal Hussein, File)

Non mi soffermerò su quanto già sapete o sappiamo, ma è curioso constatare che la parola TERRORISMO è nata in Francia per denominare quell’angoscioso periodo storico, nel quale i francesi, allo sbando tra rivoluzioni interne e contro la monarchia, ebbero la geniale idea di edificare un “REGIME DEL TERRORE” allo scopo di eliminare ogni nemico della rivoluzione o chiunque, in poche parole, la pensasse diversamente. Questo magistrale sistema governativo portò alla morte per ghigliottina (altro strumento di pace inventato dai francesi) di circa 17000 persone. Tale cifra aumenta però se si considerano anche coloro che vennero uccisi senza sentenza. Al di là dei numeri è interessante notare che in quel caso le vittime del terrorismo francese non furono siriani o musulmani, ma cittadini francesi. A distanza di 222 anni quindi 140 morti non sono nulla a confronto. Nemmeno la caduta delle torri gemelle eguaglia nei fatti quanto i francesi riuscirono a fare contro sé stessi. E per quanto assurda è la storia alcuni dei terroristi, coinvolti nelle stragi del 13 Novembre scorso, sono nati e vissuti in Francia, quindi a tutti gli effetti cittadini francesi. Altri avevano origini belghe (non mi soffermo nemmeno sulla vicinanza con la Francia), altri di presunte origini siriane (la Siria è stata una colonia francese dal 1923 al 1943).

A questo punto, mi sorge l’ironico pensiero di quanto i francesi siano abili e bravi a crearsi dei terroristi in casa, o, di come possa a loro piacere creare situazioni interne di terrore con lo scopo di vietare ogni dissenso al governo o chi per esso. D’altronde l’epoca del terrore la inventarono loro, e dopo l’11 Settembre ormai dovremmo avere la mente abbastanza sveglia da non farci ingannare da questi attentati pilotati che cercano di creare paura e instabilità tra le popolazioni occidentali. Sappiamo infatti, che dopo queste stragi, i governi si apprestano velocemente ad emanare leggi che limitano le nostre libertà e la nostra privacy “allo scopo di difenderci dai terroristi e da possibili attentati”. E di come, in questi casi, venga preso di mira uno dei cosiddetti “stati canaglia”(in genere uno stato del medio oriente ricco di petrolio e gas) e bombardato fino alla distruzione completa del punto d’origine dei presenti terroristi. In principio infatti furono i temibili Talebani e l’Afganistan; poi ci fu Saddam in l’Iraq per le armi chimiche (mai trovate); seguì quindi Al-qaeda con Bin Laden (amico d’infanzia dei Bush) in Pakistan, fino ai nostri giorni con l’Isis, il califfato e la Siria. E la storia continua con le sue pratiche di terrore, nato, ricordiamocelo in Francia.

Quindi adesso, io cittadino europeo, se dovessi commemorare e ricordare queste vittime francesi col il mio avatar di facebook col il rosso il bianco e il blu, dovrei avere la stessa capacità mnemonica di non dimenticarmi di tutti i terroristi nati negli ultimi anni e di tutte le bufale sul terrore che da quindici anni a questa parte ci stanno riempiendo le giornate. Ma allora perché tutti sembrano aver dimenticato? Perché nessuno nota le analogie con quanto già vissuto dopo l’11 settembre? Perché tutti credono ancora che il problema sia il mondo islamico o i presunti terroristi nati dal nulla e scomparsi nel niente?

No, io non voglio fingere con tutto rispetto per chi è morto. Non voglio abbassarmi a questo periodo del terrore che gli stessi francesi hanno creato. No, non canterò la Marsigliese. Non è il mio inno nazionale e non mi rappresenta, perché se lo facessi vorrebbe dire che supporterei uno stato canaglia che del terrore ha fatto da sempre la sua grande virtù, prima con l’uccisione di migliaia di suoi concittadini, poi colonizzando mezzo mondo, e ora innescando altre guerre per i propri interessi coloniali ed economici. Perché se solo provaste a leggere parola per parola cosa dice quell’inno ora tanto invocato, notereste come non faccia altro che inneggiare alla vendetta e al sangue, e io no, sinceramente non sono così ipocrita da piangere 140 morti e di gioire per migliaia di persone che vengono uccise per punizione.

 

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Cobain-Montage of Heck – Un gelato al grunge dolce e un po’ salato

Dopo aver visto il film su Cobain non posso che desiderare di andare “in Utero”, e oggi, da vero fan, non posso svegliarmi, indossare la felpa dei Nirvana, e fare finta che nulla mi importi di quanto ho visto. Ci sono sicuramente cose belle, bellissime che cogliono l’intimità Cobain e della sua famiglia, come le scene d’apertura di lui bimbo o di lui adulto con la figlia appena nata. Le parti animate poi, fatte all’occhiello, aggiungono fascino e aiutano a capire parte del suo vissuto. E le musiche dei Nirvana riadattate per l’occasione, creano un sottofondo profondo e d’atmosfera, ma il resto, per un vero fan, è un mix tritato di immagini già viste, interviste già sentite, scritti già letti, cose sapute e risapute. Se non fosse forse per il buon montaggio, che sa far rivivere i momenti di tensione come quelli di esaltazione, se non fosse per la bravura comunque del regista di far calare lo spettatore all’interno dei concerti, del privato dei protagonisti, degli anni ’90, di quello che era il mondo Nirvana, ci resterebbe in mano solo il triste finale, i 14 euro d’ingresso che Cobain avrebbe ripudiato, alcune immagini da censura, e le parole della Love, sempre pronta a considerare suo marito un tossico, e non una persona che va ricordata per il suo amore verso la figlia, la sua musica, la sua vita.

(canzone scelta: The money will roll in-cover dei Fang)

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Chissà dove sarai, ora…

No, non faccio il sentimentale. Non vale la pena farvi sentire tristi in un giorno che potrebbe essere già triste per voi. Esattamente un anno fa se ne andava mia nonna. No, non dirò che era più speciale delle vostre nonne, non dirò di quanto bene mi ha voluto, come credo ogni nonna del mondo. Semplicemente penso di non essermi mai troppo soffermato a pensare a questa perdita. Semplicemente in quei giorni ho chiuso gli occhi e ho camminato per qualche tempo ad occhi chiusi per non guardare in faccia la realtà delle cose, perché poi gli eventi sanno investirti come un uragano, e voi provate solo a fermarlo quell’uragano che si staglia dentro il cuore, la mente. E non me la sono sentita di farmi investire totalmente un anno fa, anche se avrei voluto, come non ho avuto il coraggio di essere lì mentre te ne andavi. Oggi mi chiedo, come molte volte con persone conosciute e sparite, dove tu possa essere. Sei scomparsa col sorriso, mi ha detto mamma, forse perché in quegli ultimi istanti hai rivissuto tutta la vita dall’inizio, come spesso ci raccontano, oppure perché in quei momenti il nostro corpo rilascia sostanze che generano piacere prima di sospirare, come ci insegnano i medici, eppure ciò che nessuno mai ci ha dimostrato è dove tu possa essere andata. Ad ogni modo ci sono più possibilità che tu possa essere da qualche parte a osservare la mia vita e quelli degli altri cari, e questo sicuramente è rassicurante e confortevole, rispetto a questo domanda sul dove sei a cui nessuno ha mai saputo rispondere…

Buon viaggio, nonna…

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